IL RICERCATORE CONDANNATO

Caso Djalali, in Iran prima udienza del processo

Nei giorni scorsi per il medico che ha lavorato a Novara si è mobilitato anche lo scrittore Roberto Saviano dopo la raccolta firme su change.org, arrivata a quota 200 mila. La Farnesina in azione

ROMA. Si è svolta in Iran la prima udienza del processo per spionaggio che vede imputato Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano, collaboratore a Novara dell'Università del Piemonte Orientale, detenuto nel carcere di Evin, uno dei peggiori della Repubblica islamica.

Ne hanno dato notizia il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani di Palazzo Madama, e la senatrice Elena Ferrara, che seguono da vicino la vicenda. Al momento, hanno sottolineato, non si ha conferma del fatto che l'uomo rischia una condanna a morte. La Farnesina "si sta muovendo attraverso i suoi canali presso le competenti Autorità iraniane", hanno aggiunto i due parlamentari, aggiungendo che anche l'Alto Rappresentane per la politica estera europea, Federica Mogherini, è "direttamente e attraverso l'ambasciata olandese a Teheran, impegnata perché si possa rapidamente giungere ad una soluzione positiva per la vicenda". La petizione per la liberazione di Djalali, lanciata su Change.org, ha già raccolto circa 200mila adesioni".

Nei giorni scorsi lo scrittore Roberto Saviano aveva lanciato un appello affinché a Djalali venga salvata la vita. Ahmadreza Djalali, 45 anni, sposato e padre di due bambini, è uno stimato medico ricercatore nell'ambito della medicina dei disastri. Negli ultimi anni ha lavorato come ricercatore presso il Crimedim, centro di ricerca in medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale, con cui ha continuato a collaborare fino al momento della sua reclusione. Per circa tre anni ha vissuto in Italia. Ad aprile 2016, durante la sua ultima visita in Iran su invito dell'Università, è stato arrestato e da allora è detenuto a Evin, vicino a Teheran. È stato posto in isolamento nella sezione 209 per 7 mesi, periodo in cui gli è stato negato il diritto di essere difeso da un avvocato. A dicembre ha iniziato uno sciopero della fame che ha aggravato seriamente le sue condizioni di salute. Secondo quel che lui stesso ha detto alla propria famiglia, Djalali è stato obbligato a firmare una confessione dal contenuto ignoto. Oggi sulla sua testa penderebbe la condanna alla pena capitale con l'accusa di essere una spia e di aver collaborato con stati nemici.

Categoria:

Regione: